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L’occupazione aumenta, gli stipendi no: il paradosso italiano

I salari non crescono e il peso dell’inflazione si fa sentire sempre di più, anno dopo anno. Bisogna chiedersi che tipo di lavoro stiamo creando, quanto viene pagato, quanto valore produce e se permette ancora di costruire una vita autonoma.

L’occupazione aumenta, gli stipendi no

L’Italia non ha mai avuto così tante persone al lavoro. Eppure una parte crescente del Paese continua a sentirsi più povera. E in effetti lo è davvero, perché i salari non crescono e il peso dell’inflazione si fa sentire sempre di più, anno dopo anno. È uno dei principali paradossi dell’economia italiana: l’occupazione aumenta, la disoccupazione scende, ma il miglioramento del mercato del lavoro non si traduce con la stessa intensità in un aumento del benessere.

Per capirlo non basta contare quanti posti di lavoro vengono creati. Bisogna chiedersi che tipo di lavoro stiamo creando, quanto viene pagato, quanto valore produce e se permette ancora di costruire una vita autonoma. Se ci permette di realizzarci.

Più occupati, ma salari ancora deboli

I dati sull’occupazione descrivono un cambiamento reale. Il numero degli occupati ha raggiunto livelli elevati, la disoccupazione è scesa e sono aumentati i rapporti di lavoro stabili. Sono risultati importanti, soprattutto per un Paese che per anni ha avuto difficoltà a creare occupazione.

Tuttavia, un mercato del lavoro non si misura soltanto attraverso il numero di persone occupate. Conta anche la qualità dei contratti, la retribuzione, la possibilità di crescere professionalmente e il potere d’acquisto garantito dallo stipendio. Ed è proprio qui che emerge il problema.

Negli ultimi anni l’inflazione ha eroso una parte significativa dei salari reali. Le retribuzioni nominali hanno iniziato a recuperare, ma per molti lavoratori lo stipendio continua a permettere meno acquisti rispetto a pochi anni fa. Il risultato è apparentemente contraddittorio: più persone lavorano, ma il lavoro produce meno sicurezza economica.

Il problema viene da lontano

La perdita di potere d’acquisto non nasce soltanto dall’aumento dei prezzi degli ultimi anni. L’inflazione ha aggravato una debolezza strutturale dell’economia italiana: la difficoltà di far crescere salari e produttività.

Per lungo tempo il lavoro ha rappresentato il principale strumento attraverso il quale una persona poteva migliorare la propria condizione. Si entrava nel mercato del lavoro, lo stipendio aumentava nel corso degli anni e diventava possibile comprare una casa, mantenere una famiglia e accumulare risparmi. Questo meccanismo si è progressivamente inceppato.

La produttività viene spesso raccontata come un concetto astratto. In realtà riguarda direttamente gli stipendi. Essere più produttivi non significa lavorare più velocemente o più a lungo. Significa disporre di tecnologie migliori, competenze adeguate, infrastrutture efficienti e organizzazioni capaci di produrre beni e servizi con maggiore valore.

Il peso delle piccole imprese

L’Italia ha un tessuto produttivo composto in larga parte da imprese piccole e piccolissime. Molte sono aziende di qualità, capaci di competere grazie alla specializzazione e al sacrificio degli imprenditori. Ma, guadando i dati, le imprese più piccole investono meno in tecnologia, ricerca, formazione e organizzazione. E hanno minori possibilità di espandersi sui mercati internazionali e di offrire percorsi professionali strutturati.

Quando un’economia è composta da moltissime attività con pochi capitali, bassi margini e scarso accesso agli investimenti, diventa più difficile aumentare la produttività e, di conseguenza, gli stipendi.

Si crea così un circolo vizioso. I salari bassi riducono i consumi. La debolezza della domanda limita la crescita delle imprese. Le imprese che non crescono investono meno. Gli investimenti ridotti frenano la produttività. E la produttività stagnante rende ancora più difficile aumentare le retribuzioni.

Non tutti i posti di lavoro hanno lo stesso valore

Un altro elemento riguarda i settori nei quali è cresciuta maggiormente l’occupazione. Negli ultimi anni molti nuovi posti sono stati creati nei servizi, nel turismo, nella ristorazione, nel commercio, nella logistica, nell’assistenza e nelle costruzioni. Sono lavori indispensabili. Ogni nuova occupazione rappresenta un’opportunità concreta per una persona e una famiglia. Ma una parte di questi settori è caratterizzata da salari relativamente bassi, stagionalità, orari frammentati e limitate possibilità di avanzamento.

Creare centomila posti di lavoro ad alta qualificazione non produce lo stesso effetto che crearne centomila in attività con basso valore aggiunto.

Il numero degli occupati cresce in entrambi i casi. Cambiano però gli stipendi, le competenze, la produttività e le prospettive future.

Per questo, quando vengono pubblicati i dati mensili, non basta chiedersi quanti occupati siano stati creati.

Bisogna domandarsi dove, con quali contratti, con quale retribuzione e con quali possibilità di crescita.

Un Paese con pochi laureati che non usa quelli che ha

L’Italia ha una quota di laureati inferiore rispetto alla media europea. È una debolezza nota, che limita la capacità del Paese di competere nei settori più innovativi. Ma il problema non riguarda soltanto il numero delle persone con un titolo universitario. Riguarda anche la capacità di utilizzare le competenze già disponibili. Molti giovani laureati svolgono lavori per i quali il titolo posseduto non è necessario. Studiano per anni, acquisiscono competenze specialistiche e poi entrano in un mercato che non offre un numero sufficiente di posizioni coerenti con quella formazione.

Le imprese sostengono di non trovare le competenze necessarie. I giovani di non trovare lavori adeguati alle competenze che possiedono. Le due affermazioni possono essere vere allo stesso tempo.

Le città delle opportunità sono sempre meno accessibili

Le città che offrono più lavoro sono spesso anche quelle nelle quali vivere costa di più.

Milano, Roma, Bologna e altre grandi aree universitarie e produttive concentrano aziende, professioni qualificate e possibilità di carriera. Ma hanno anche affitti elevati e un costo della vita difficile da sostenere per chi entra nel mercato del lavoro. Un giovane può ricevere un’offerta migliore e scoprire che, una volta sottratti affitto, trasporti e spese quotidiane, il trasferimento non produce alcun miglioramento reale.

Il paradosso è evidente: i luoghi nei quali si trovano le opportunità sono diventati meno accessibili proprio alle persone che dovrebbero raggiungerli per lavorare.

In questo modo il patrimonio familiare diventa sempre più importante. Chi può vivere in una casa di proprietà o ricevere un aiuto dai genitori parte da una posizione diversa rispetto a chi deve sostenere interamente le spese attraverso il proprio stipendio.

Due persone con lo stesso lavoro e lo stesso reddito possono avere condizioni di vita completamente differenti. Una riesce a risparmiare. L’altra spende metà dello stipendio per l’affitto. Una può accettare uno stage poco pagato per entrare in un settore qualificato. L’altra deve scegliere un lavoro meno coerente con i propri studi, ma capace di garantire subito un reddito.

Il mercato del lavoro finisce così per amplificare le disuguaglianze patrimoniali già esistenti.

Quando lavorare non basta per costruire una vita

La debolezza dei salari non produce soltanto conseguenze economiche. Cambia il modo in cui le persone organizzano la propria vita. Si esce più tardi dalla casa dei genitori. Si rimandano le convivenze. Si rinvia la nascita di un figlio. S resta in un lavoro insoddisfacente perché perderlo sarebbe troppo rischioso.

Anche le relazioni dipendono dal tempo, dagli spazi e dalle risorse disponibili. Chi lavora molte ore, affronta lunghi spostamenti e destina gran parte dello stipendio alla casa ha meno energie e meno occasioni per costruire una vita sociale. Una coppia che non riesce a trovare un appartamento accessibile può rinviare per anni la decisione di vivere insieme.

Un giovane che lascia la propria città per lavorare altrove perde una parte della rete di relazioni sulla quale poteva contare.

Il lavoro non determina ogni aspetto della vita. Ma definisce il perimetro all’interno del quale molte scelte diventano possibili o impossibili.

Perché le imprese non trovano lavoratori

A questo punto emerge un altro paradosso. Se il mercato del lavoro offre salari deboli, perché tante imprese dichiarano di non riuscire a trovare personale? Una parte del problema è demografica. La popolazione in età da lavoro diminuisce e nei prossimi anni usciranno dal mercato generazioni più numerose di quelle che entreranno.

Ma la demografia non spiega tutto. Quando un’impresa non trova lavoratori, bisogna chiedersi quale salario offre, con quali orari, in quale territorio e con quali prospettive. Una posizione può restare vacante non perché nessuno voglia lavorare, ma perché la retribuzione non compensa il costo economico e personale necessario per accettarla.

È evidente nel turismo, dove un lavoratore stagionale può trovare un impiego in una località nella quale una stanza costa quasi quanto lo stipendio. Accade anche nelle grandi città, dove insegnanti, infermieri, ricercatori e giovani professionisti possono ottenere un posto senza riuscire a sostenere il costo della vita.

Il disallineamento tra domanda e offerta, quindi, non riguarda soltanto le competenze. Riguarda l’equilibrio complessivo tra salario, casa, trasporti, orari e qualità della vita.

Aumentare gli stipendi non basta

La soluzione più immediata è aumentare le retribuzioni. È necessario, soprattutto dopo la perdita di potere d’acquisto degli ultimi anni. Ma non basta imporre salari più alti a un sistema nel quale molte imprese producono poco valore. Alcune aziende potrebbero pagare di più e scelgono di non farlo. Altre non dispongono realmente dei margini necessari. Per questo il problema deve essere affrontato su più livelli.

Servono rinnovi contrattuali più rapidi, per evitare che l’inflazione eroda gli stipendi prima che vengano adeguati. Serve una riduzione stabile del peso fiscale sui redditi medio-bassi, senza affidarsi esclusivamente a misure temporanee. Ma soprattutto servono più investimenti, più tecnologia, formazione e imprese capaci di crescere.

Anche le politiche per la casa, i trasporti e i servizi per l’infanzia sono politiche del lavoro. Un asilo nido permette a un genitore di restare occupato. Alloggi accessibili consentono a studenti e giovani professionisti di raggiungere le città nelle quali si concentrano le opportunità.

La domanda che dobbiamo farci: che lavoro stiamo creando?

Un Paese nel quale lavorare non basta più per diventare autonomi rischia una crisi più profonda di quella economica: una crisi di fiducia. Il vero obiettivo non dovrebbe essere soltanto tenere più persone occupate, ma restituire al lavoro la sua funzione più importante: permettere alle persone di scegliere, progettare e costruire la propria vita.

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