Abbiamo perso i luoghi in cui stare insieme
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la solitudine interessa circa una persona su sei nel mondo.
di Giorgio Baglio

Ci si può sentire soli in una città affollata, in un ufficio pieno di persone, dentro una giornata scandita da messaggi e riunioni, tempestati di notifiche. Si può parlare con decine di persone e non sentirsi davvero in relazione con nessuno.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la solitudine interessa circa una persona su sei nel mondo. Non è soltanto una sensazione spiacevole, una parentesi di tristezza: la solitudine è associata spesso a depressione, ansia, malattie cardiovascolari, declino cognitivo e morte prematura. L’Oms stima che possa essere collegata a oltre 871 mila decessi ogni anno, circa cento ogni ora.
Il problema non riguarda soltanto chi vive solo. Riguarda la qualità e la continuità delle relazioni. Si può abitare con altre persone, avere colleghi, familiari e migliaia di contatti sui social e sentire comunque che manca qualcuno con cui condividere veramente il tempo.
Negli ultimi anni, e soprattutto dopo il Covid, è diventato più facile fare quasi tutto senza uscire di casa: lavorare, ordinare la cena, guardare un film, fare acquisti, seguire un corso. La comodità ha ridotto molte fatiche quotidiane, ma ha eliminato anche una parte delle occasioni casuali in cui incontravamo gli altri.
Secondo l’Ocse, i giovani sono stati particolarmente esposti agli effetti delle chiusure di scuole e università, dell’isolamento e dell’incertezza. Negli anni successivi, proprio tra le nuove generazioni sono emersi alcuni dei cali più marcati nel sostegno sociale percepito e nella frequenza delle relazioni in presenza.
La scomparsa dei “terzi luoghi”
Il sociologo statunitense Ray Oldenburg, nel libro The Great Good Place, chiamava “terzi luoghi” gli spazi diversi dalla casa e dal luogo di lavoro in cui le persone possono fermarsi, parlare e costruire relazioni senza dover organizzare formalmente un appuntamento da inserire in calendar spesso inutilmente affollati.
Bar, biblioteche, circoli, piazze, parrocchie, librerie, centri giovanili. Luoghi in cui si poteva andare anche senza sapere esattamente chi si sarebbe incontrato. C’erano gli oratori frequentati dalle generazioni analogiche, dove si giocava a biliardino, si perdeva tempo e, proprio perdendo tempo, si imparava a stare insieme. Non erano necessariamente posti belli o speciali. Erano accessibili, familiari.
Molti di questi spazi stanno scomparendo o stanno diventando meno accessibili. Negli Stati Uniti, Axios ha raccontato il declino delle infrastrutture sociali, dalle chiese ai centri per anziani, e il suo legame con la crescita dell’isolamento. Anche quando gli spazi pubblici esistono, non sempre offrono vere occasioni per fermarsi e creare relazioni.
Il problema è particolarmente evidente per i giovani. Spesso possono incontrarsi soltanto in luoghi commerciali, dove bisogna consumare, magari junk food, oppure in spazi pubblici nei quali la loro presenza viene percepita come un disturbo.
Abbiamo costruito città nelle quali è facile attraversare gli spazi, ma sempre più difficile abitarli. Fermarsi. Restare. Senza dover necessariamente spendere denaro.
La socialità non nasce da sola
Per molto tempo abbiamo dato per scontato che le amicizie e le relazioni nascessero spontaneamente a scuola, all’università, sul lavoro. Poi la vita adulta si è frammentata. Le persone cambiano città, lavorano a distanza, hanno orari diversi. Le amicizie vengono compresse tra impegni e spostamenti. Vedersi richiede calendari, messaggi e settimane di anticipo.
Anche per questo stanno crescendo nuove forme di socialità. In Australia, ABC News ha raccontato la diffusione di club costruiti attorno ad attività molto semplici: laboratori creativi, serate di giochi, nuoto, sport e lettura. Alcuni raccolgono studenti universitari, lavoratori, nuovi immigrati e persone che trascorrono l’intera giornata davanti a uno schermo. Non sono soltanto le attività ad attirarle. È la possibilità di fare qualcosa insieme senza dover dichiarare apertamente: «Mi sento solo e vorrei conoscere qualcuno».
Le librerie tornano a organizzare letture, gruppi e serate. Nascono club per correre, cucinare, lavorare a maglia, giocare o immergersi in mare all’alba. Luoghi e attività diversi, accomunati da un bisogno semplice: stare con altri esseri umani senza che tutto debba trasformarsi in consumo, prestazione o networking.
Il diritto di restare
Un vero luogo condiviso non è soltanto uno spazio in cui entrare. È un luogo in cui si può restare senza essere mandati via e senza dover continuamente comprare qualcosa. Senza dover dimostrare di essere produttivi, interessanti o utili.
Sono stato moltissime volte a Berlino. Ho lavorato per sette anni con Axel Springer e per un periodo ci andavo quasi una volta al mese. È una città in cui gli spazi di aggregazione sono ancora più presenti che in molte altre città europee, soprattutto in alcuni quartieri dell’ex Berlino Est e in zone come Neukölln.
Tempelhofer Feld, il grande spazio pubblico ricavato dall’ex aeroporto di Tempelhof, è forse l’esempio più evidente. Le vecchie piste sono diventate un luogo in cui andare in bicicletta, correre, fare un picnic o semplicemente stare. Non serve prenotare, non serve comprare un biglietto e non serve avere un programma. Dal 2010 il vecchio aeroporto è una delle più grandi aree verdi urbane della città e continua a ospitare attività ricreative e comunitarie.
Berlino conserva anche giardini condivisi e spazi comunitari nei quali le persone coltivano, cucinano, partecipano a laboratori o trascorrono del tempo insieme. Il Prinzessinnengarten di Neukölln, per esempio, invita i cittadini a fare giardinaggio e vivere la natura in uno spazio comune.
Non significa che Berlino sia immune dalla solitudine o che basti costruire un parco per creare una comunità, ma forse bisognerebbe cercare ispirazioni da realtà virtuose.
Costruire le condizioni
La solitudine non si cura obbligando le persone a socializzare. E nemmeno creando eventi artificiali in cui tutti devono necessariamente conoscersi. Si combatte costruendo le condizioni perché le relazioni possano nascere, Una società non è fatta soltanto di case, uffici, strade e connessioni digitali, ma anche degli spazi intermedi nei quali le persone smettono di essere estranee. Abbiamo trascorso anni a progettare città più veloci, dinamiche, con trasporti sempre più rapidi ed efficienti per rendere più comoda la nostra vita. Ora è tempo di ricominciare a progettare luoghi in cui valga la pena fermarsi.


