Idee5 min

Vietare i social non basta, bisogna insegnare che esiste un mondo fuori dallo schermo

La Francia è il primo Paese dell’Unione europea a vietare l’accesso ai social media ai minori di 15 anni. La legge prova a proteggere bambini e adolescenti, ma nessuna verifica dell’età potrà sostituire l’educazione alla scoperta della vita reale.

di Giorgio Baglio

social

La Francia ha approvato il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni. È il primo Paese dell’Unione europea a introdurre una misura così netta: le piattaforme dovranno impedire l’apertura di nuovi profili da parte dei più giovani, verificare l’età degli utenti e chiudere gli account esistenti riconducibili a bambini sotto la soglia prevista. L’entrata in vigore è indicata per il nuovo anno scolastico, anche se restano aperte questioni tecniche, costituzionali e di compatibilità con le regole europee.

La decisione francese nasce dalle preoccupazioni per il benessere psicologico degli adolescenti, per il cyberbullismo, per l’esposizione a contenuti dannosi e per la quantità di tempo trascorsa davanti agli schermi. Ma la domanda sollevata dalla legge è più ampia.

Non riguarda soltanto l’età alla quale un ragazzo dovrebbe poter aprire un profilo su TikTok o Instagram. Riguarda ciò che i social media stanno facendo al nostro modo di crescere, di conoscere gli altri e di costruire relazioni.

Oggi siamo connessi praticamente in ogni momento della giornata. Possiamo scrivere a una persona dall’altra parte del mondo, condividere una fotografia in pochi secondi, conoscere immediatamente ciò che accade in un altro continente. Eppure siamo sempre più soli.

Dalle chat agli algoritmi

All’inizio internet sembrava soprattutto uno strumento per comunicare. Prima di Facebook c’erano le chat, i forum, MSN Messenger, ICQ, mIRC. Servivano per parlare con persone che già conoscevamo o, qualche volta, per incontrarne di nuove.

Poi è arrivato Facebook. Per la prima volta è diventato possibile raccontare pubblicamente la propria vita: pubblicare fotografie, condividere pensieri, ritrovare vecchi amici, seguire ciò che accadeva alle persone conosciute a scuola o durante un viaggio.

L’idea iniziale era quella di avvicinare le persone. E, almeno in parte, i social lo hanno fatto. Nel corso del tempo, però, hanno smesso di essere semplicemente strumenti che permettevano agli utenti di decidere che cosa vedere. Gli algoritmi hanno cominciato a scegliere al posto loro. Oggi una piattaforma decide quali persone mostrarci, quali video suggerirci, quali notizie far apparire sullo schermo e quali contenuti lasciare fuori. La ragione è economica.

L’attenzione è diventata il prodotto.

Più tempo trascorriamo su una piattaforma, più pubblicità vediamo, più informazioni lasciamo sulle nostre abitudini e più diventa facile prevedere ciò che potremmo acquistare. Il risultato è la costruzione di ambienti sempre più personalizzati. Le cosiddette bolle.

Vediamo persone che condividono i nostri interessi. Leggiamo opinioni che confermano le nostre convinzioni. Riceviamo contenuti simili a quelli sui quali ci siamo già fermati.

L’algoritmo non ha alcun interesse a portarci fuori dalla nostra zona di comfort. Ha interesse a trattenerci dentro. Il problema è che la vita reale funziona esattamente al contrario.

La vita comincia dove finisce la bolla

La vita è fatta soprattutto di incontri imprevedibili, di persone che fanno lavori lontani dal nostro, di opinioni che ci infastidiscono, di esperienze capaci di mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere. I social tendono a riportarci continuamente verso ciò che già siamo. Ci mostrano chi ci assomiglia, chi fa il nostro stesso lavoro, chi condivide le nostre passioni e chi interpreta la realtà nello stesso modo. Quello che nasce come uno strumento per collegare il mondo rischia così di restringerlo.

Il tempo sottratto alle relazioni

C’è poi un secondo problema: il tempo. Ogni minuto trascorso chini su uno smartphone è un minuto che non utilizziamo per guardarci intorno, osservare una persona, iniziare una conversazione o annoiarci abbastanza da inventare qualcosa.

Il fenomeno riguarda tutti, ma assume un significato particolare durante l’adolescenza. È in quella fase che impariamo a costruire la nostra identità. A stare in un gruppo. A gestire un rifiuto. A litigare, fare pace, sentirci fuori posto e trovare progressivamente un nostro spazio.

Se una parte crescente di queste esperienze viene trasferita dentro uno schermo, anche il modo di crescere cambia.

Nel mondo dei social il confronto non avviene soltanto con gli amici o con i compagni di scuola, ma con migliaia di immagini modificate e costruite per apparire perfette. La popolarità viene misurata. L’approvazione diventa un numero. Una fotografia può trasformarsi in uno strumento di umiliazione. Un insulto può raggiungere centinaia di persone.

I limiti del divieto

La legge francese può essere utile. Può rendere più difficile l’accesso troppo precoce alle piattaforme. Può obbligare le aziende tecnologiche ad assumersi una responsabilità maggiore. Può stabilire un principio politico: la protezione dei minori non può dipendere soltanto dalle condizioni di utilizzo decise dalle piattaforme.

Ma non dobbiamo illuderci che una soglia anagrafica risolva il problema.

Il compito decisivo appartiene ancora alle famiglie, alla scuola e agli adulti. Soprattutto durante l’infanzia, la risposta non può consistere soltanto nel sottrarre uno schermo dalle mani di un bambino. Bisogna mostrargli che fuori da quello schermo esiste qualcosa di più interessante.

Scoprire che esiste altro

Ci sono lo sport, il mare, la montagna, la musica, i giochi, le passeggiate e il tempo trascorso insieme agli altri. Penso, per esempio, ai bambini che imparano ad andare a vela. Escono dal porto sulle piccole derive. Imparano a osservare il vento, a collaborare, a cadere in acqua e a risalire. Poi tornano sul molo, mangiano insieme. Non hanno bisogno che un algoritmo selezioni per loro il contenuto successivo.

Non dobbiamo crescere ragazzi incapaci di utilizzare la tecnologia. Sarebbe inutile, oltre che impossibile. Dobbiamo crescere ragazzi che sappiano usarla senza dipenderne. Che conoscano il funzionamento degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, ma sappiano anche mettere il telefono in tasca. Per guardare il mare, ascoltare una storia, incontrare qualcuno che non avrebbero mai scelto di seguire sui social.

Il rischio più grande non è soltanto che i social media ci rubino qualche ora della giornata, ma che, mostrandoci continuamente ciò che ci piace, ci facciano dimenticare quanto possa essere sorprendente ciò che ancora non conosciamo.

CondividiLinkedInEmail

VENTO

CLUB NOTES

Una selezione di storie, idee e appuntamenti da ricevere direttamente nella tua casella.

Iscrivendoti accetti il trattamento dei dati come descritto nella privacy policy.