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L'America che chiude le porte

Negli aeroporti statunitensi, cittadini stranieri con il visto scaduto vengono fermati mentre cercano di prendere voli interni, anche quando hanno una pratica migratoria ancora aperta. Un cambiamento che mette in discussione il sogno americano e la capacità degli Stati Uniti di continuare ad attrarre studenti, ricercatori e talenti da tutto il mondo.

Uomo con valigia in un aeroporto americano al tramonto, davanti alle grandi vetrate con la bandiera degli Stati Uniti e un aereo sulla pista

Chantal Morales Rojas ha 27 anni e viene dall’Ecuador. Era entrata legalmente negli Stati Uniti nel gennaio del 2023 con un visto destinato ai programmi di scambio culturale. Lavora come ragazza alla pari e si occupa dei figli di una famiglia americana.

Prima che il suo visto scadesse, nel gennaio del 2025, aveva presentato una domanda per poter rimanere nel Paese. Secondo il suo avvocato, mentre aspettava una risposta aveva ricevuto dal Dipartimento per la sicurezza interna un’autorizzazione al lavoro.

Il 20 luglio si trovava all’aeroporto di Denver, in attesa di imbarcarsi su un volo per Oakland. Quando ha passato la carta d’imbarco sotto lo scanner è scattato un segnale. L’addetta al gate le ha chiesto di aspettare. Poco dopo sono arrivati due agenti in borghese, l’hanno circondata, accompagnata attraverso una porta laterale e portata sulla pista. Una donna che viaggiava con lei ha ripreso la scena con il telefono. Morales Rojas è stata trasferita in un centro di detenzione. Un giudice ha poi autorizzato il suo rilascio dietro pagamento di una cauzione.

Il suo non è un caso isolato. Secondo la ricostruzione del New York Times, operazioni simili sono avvenute in almeno quindici aeroporti. Tra le persone fermate ci sono un ingegnere in attesa del rinnovo del visto di lavoro, coniugi di cittadini americani e una richiedente asilo con una grave malattia.

La collaborazione tra la TSA, responsabile della sicurezza aeroportuale, e l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, sembra essersi allargata. Non riguarda più soltanto persone già colpite da un ordine di espulsione, ma anche chi ha superato la durata del visto pur avendo una pratica ancora aperta.

Secondo l’inchiesta del Nyt, negli aeroporti statunitensi, cittadini stranieri con il visto scaduto vengono fermati mentre stanno per prendere voli interni. Non tutti hanno precedenti penali o un ordine di espulsione. Alcuni lavorano, sono sposati con cittadini americani o attendono da mesi che l’amministrazione esamini una domanda di regolarizzazione.

È il segnale di un cambiamento che va oltre la politica migratoria. Riguarda il modo in cui gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio rapporto con chi arriva dall’estero. E pone una domanda più profonda: che cosa resta del sogno americano quando il Paese che lo ha costruito comincia a chiudere le porte?

L’aeroporto cambia significato

Ogni anno centinaia di migliaia di persone rimangono negli Stati Uniti oltre la scadenza del proprio visto. Non si trovano tutte nella stessa condizione: alcune sono entrate come turisti e non sono ripartite; altre sono studenti, lavoratori, richiedenti asilo o familiari di cittadini americani che attendono una decisione delle autorità.

Vivono in una zona grigia: il documento è scaduto, ma la domanda per ottenere un nuovo status non è stata ancora esaminata. In alcuni casi possono continuare a lavorare grazie a un’autorizzazione rilasciata dallo stesso governo che potrebbe poi decidere di arrestarle.

In passato, soprattutto in assenza di reati, queste persone raramente rappresentavano una priorità. L’amministrazione Trump considera invece tutti i soggiorni oltre la scadenza del visto una violazione delle leggi migratorie.

Una persona può quindi vivere negli Stati Uniti, lavorare, avere una famiglia e aspettare una risposta dall’amministrazione, ma allo stesso tempo temere di presentarsi al gate di un aeroporto. Ed è proprio l’aeroporto ad assumere un significato nuovo. Per generazioni è stato la porta attraverso cui milioni di persone entravano nel Paese delle possibilità. Studenti, lavoratori, ricercatori e famiglie atterravano negli Stati Uniti convinti di poter cominciare una vita diversa.

Oggi quella stessa porta rischia di trasformarsi nel luogo in cui essere identificati, fermati e portati via.

Il sogno incompiuto

Il sogno americano nasce dall’idea che il luogo in cui una persona viene al mondo non debba stabilire il punto al quale potrà arrivare. È la promessa che attraverso il lavoro, lo studio e l’iniziativa personale si possa costruire una vita migliore.

Quella promessa non è mai stata pienamente mantenuta. Non lo era per gli schiavi, per gli afroamericani sottoposti alla segregazione, per le donne escluse da molti diritti e per le minoranze rimaste ai margini del potere politico ed economico.

La forza del sogno americano, però, non dipendeva soltanto dalla realtà. Dipendeva dalla capacità del Paese di presentarsi come un progetto ancora aperto.

Il 28 agosto del 1963 più di 250 mila persone si riunirono davanti al Lincoln Memorial per la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà. Fu lì che Martin Luther King pronunciò il discorso passato alla storia come “I Have a Dream”.

Sessantatré anni dopo, il 28 agosto 2026, una nuova marcia tornerà sul National Mall. Si chiamerà “March on Washington 2026: Defend the Vote” ed è promossa dal National Action Network del reverendo Al Sharpton, dal Drum Major Institute, dalla famiglia di Martin Luther King e da una coalizione di organizzazioni per i diritti civili e sindacati. L’obiettivo è difendere il diritto di voto e la rappresentanza politica delle minoranze.

La manifestazione non riguarda direttamente gli arresti negli aeroporti. Ma le due storie appartengono allo stesso clima politico.

Nel 1963 la domanda era se l’America sarebbe stata capace di includere pienamente milioni di propri cittadini. Nel 2026 quella domanda ritorna sotto forme nuove. Chi può appartenere all’America? Chi può votare? Chi può entrare? Chi può restare?

La competizione per i talenti

La chiusura americana non riguarda soltanto l’immigrazione irregolare. L’amministrazione Trump ha introdotto nuove limitazioni alla durata dei visti per studenti, partecipanti ai programmi di scambio e giornalisti stranieri. Per studenti e visitatori dei programmi culturali la permanenza viene limitata a un massimo di quattro anni, con la necessità di chiedere un’estensione. Per i giornalisti la durata è più breve e scende a novanta giorni per i cittadini cinesi.

Le università americane continuano a esercitare un’attrazione enorme. Nell’anno accademico 2024-2025 hanno ospitato 1.177.766 studenti internazionali, il 5 per cento in più rispetto all’anno precedente. Ma nell’autunno del 2025 le nuove iscrizioni dall’estero sono diminuite del 17 per cento. Tra le ragioni indicate dagli atenei compaiono anche le difficoltà nell’ottenimento dei visti.

Non è la fine del primato americano. Ma è un segnale che quel primato non può più essere considerato automatico.

Mentre gli Stati Uniti rendono più incerta la permanenza degli stranieri, la Cina investe nelle proprie università.

Tsinghua è dodicesima e l’Università di Pechino tredicesima nella classifica mondiale 2026 del Times Higher Education. Fudan è trentaseiesima e Zhejiang trentanovesima. Nel ranking QS 2027, Pechino e Tsinghua occupano rispettivamente il tredicesimo e il quattordicesimo posto.

Le classifiche non misurano la libertà accademica e non cancellano il controllo esercitato dal Partito comunista sulle università. Ma mostrano una crescita reale della ricerca, delle infrastrutture e della reputazione scientifica cinese.

Nell’anno accademico 2024-2025, circa 380 mila studenti internazionali studiavano in Cina. Sono molti meno degli oltre 1,17 milioni presenti negli Stati Uniti. Non esistono quindi le condizioni per parlare di un sorpasso, né di una fuga generalizzata degli studenti occidentali verso Pechino.

Ma la direzione è significativa. La Cina sta costruendo un’offerta accademica sempre più credibile: università in crescita, laboratori finanziati, borse di studio e corsi in lingua inglese. Non ha creato un equivalente del sogno americano. E continua a porre limiti profondi alla libertà di espressione e di ricerca. Potrebbe però beneficiare del messaggio che arriva dagli Stati Uniti: venite a studiare, ma non date per scontato di poter restare, credete nella promessa americana, ma preparatevi a essere trattati come un problema. A essere cacciati via.

La forza di una porta aperta

La competizione tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto i dazi, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale o la potenza militare. Riguarda anche le persone.

Chi riesce ad attirare gli studenti migliori. Chi offre spazio ai ricercatori. Chi convince un giovane ingegnere, un medico o un imprenditore a costruire lì il proprio futuro.

Per gran parte del Novecento gli Stati Uniti hanno vinto questa competizione quasi naturalmente. Non perché siano sempre stati accoglienti, ma perché, nonostante tutto, l’America continuava a trasmettere al mondo un’idea di possibilità. Molte delle imprese che hanno definito la sua economia sono state fondate o guidate da immigrati e figli di immigrati. Molti dei laboratori che hanno reso grande la scienza americana sono cresciuti grazie a studenti e ricercatori arrivati dall’estero.

Chiudere l’America non significa quindi soltanto diminuire il numero degli ingressi. Significa rischiare di indebolire uno dei meccanismi che hanno prodotto la sua forza. Il sogno americano non è finito. Secondo Gallup, il 69 per cento degli adulti negli Stati Uniti ritiene ancora possibile realizzarlo personalmente. Ma meno della metà pensa che oggi tutti abbiano davvero l’opportunità di riuscirci.

Negli aeroporti, intanto, una carta d’imbarco può attivare una segnalazione. Un viaggio interno può trasformarsi in un arresto. Una persona che aspetta una risposta dal governo può essere trasferita in un centro di detenzione. La domanda, allora, non è soltanto chi l’America deciderà di lasciare fuori. È se, chiudendo le porte, finirà per chiudere anche una parte del proprio futuro.

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