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Il lavoro c’è. Perché giovani e aziende non si incontrano

Giovani che faticano a entrare nel mercato del lavoro e aziende che non riescono a trovare candidati: dietro il paradosso ci sono competenze, salari, geografia e nuove tecnologie. Il vero problema non è soltanto creare posti di lavoro, ma riuscire a far incontrare persone e opportunità.

divario tra lavoro e opportunità

Centinaia di candidature per un solo posto. E, nello stesso momento, aziende che pubblicano annunci e non riescono a trovare persone da assumere. È uno dei paradossi del mercato del lavoro contemporaneo: i giovani faticano a entrare, le imprese faticano ad assumere. Non è necessariamente una contraddizione, ma il segnale che qualcosa nel meccanismo che dovrebbe collegare persone e lavoro sta funzionando sempre peggio.

Partiamo dal Regno Unito, dove trovare il primo lavoro dopo l’università è diventato estremamente competitivo. Secondo l’Institute of Student Employers, le grandi aziende britanniche ricevono in media circa 140 candidature per ogni posizione destinata a un laureato. Vent’anni fa erano 38. E non stanno aumentando soltanto le candidature. In alcuni segmenti stanno diminuendo anche le opportunità.

Un’indagine della Work Foundation della Lancaster University, riportata da Reuters, ha rilevato che più di un’impresa britannica su tre ha ridotto i posti entry-level nell’ultimo anno. La piattaforma Adzuna ha registrato a luglio il numero più basso di annunci per laureati da quando ha iniziato la serie nel 2016. A prima vista sembra semplice: troppi candidati, pochi posti. Eppure il Financial Times racconta contemporaneamente la storia opposta. Startup, aziende manifatturiere, società della clean energy e imprese tecnologiche meno conosciute continuano a faticare ad attirare giovani laureati. Non hanno la notorietà delle grandi banche o delle società di consulenza, programmi di recruiting altrettanto strutturati o sedi nelle città in cui molti giovani vorrebbero vivere.

Anche l’Italia vive lo stesso paradosso

La situazione italiana è diversa, ma il problema di fondo è simile. Nel primo semestre del 2026 le imprese hanno programmato quasi 2,9 milioni di assunzioni e nel 44,8% dei casi prevedevano difficoltà a trovare il personale necessario, secondo il rapporto CNEL-Unioncamere. Nella manifattura il problema è ancora più evidente. I dati Unioncamere riportati dal Corriere della Sera mostrano difficoltà di reperimento per quasi una posizione su due. Tra gli operai specializzati la quota supera il 60%.

E non sempre mancano le competenze. In molti casi mancano direttamente i candidati. È qui che entra una parola utilizzata spesso dagli economisti: mismatch. Ma dietro il termine tecnico ci sono problemi molto concreti. Un’impresa cerca un tecnico, mentre chi cerca lavoro ha studiato altro; un’azienda ha bisogno di un ingegnere in provincia, mentre il giovane ingegnere vuole vivere a Milano; una piccola impresa offre un buon lavoro, ma nessuno conosce il suo nome. E un posto può esistere sulla carta, ma diventare molto meno interessante quando si considerano stipendio, contratto, costo della casa, trasporti e possibilità di carriera.

Il problema, quindi, non è soltanto che cosa sanno fare le persone. È anche dove vivono, quali lavori conoscono e quali condizioni sono disposte ad accettare.

Non basta dire che “mancano le competenze”

La spiegazione più facile è attribuire tutto alla formazione: abbiamo laureati nelle discipline sbagliate e troppo pochi tecnici. Una parte del problema esiste. La domanda di alcune competenze sta crescendo molto velocemente. Confartigianato ha stimato che, su 621 mila richieste di lavoratori con competenze digitali avanzate registrate nel 2025, più della metà sia risultata difficile da soddisfare. Ma fermarsi qui significa vedere soltanto metà del mercato. Se un’impresa non trova lavoratori può avere bisogno di competenze troppo rare. Ma può anche pagare troppo poco, trovarsi in un luogo difficile da raggiungere, non offrire abbastanza possibilità di crescita oppure semplicemente non riuscire a farsi conoscere. Il matching funziona in entrambe le direzioni. I lavoratori devono adattarsi a un’economia che cambia. Ma anche le imprese devono diventare luoghi nei quali le persone vogliono lavorare.

L’intelligenza artificiale può aumentare il rumore

Poi è arrivata l’AI. Il suo effetto sui lavori entry-level è ancora difficile da misurare. Alcune imprese stanno automatizzando attività tradizionalmente affidate ai più giovani; altre prevedono invece che l’intelligenza artificiale renda quei lavori più qualificati, eliminando le mansioni più ripetitive. C’è però un effetto già molto visibile: candidarsi non è mai stato così facile. Un sistema di AI può adattare un curriculum, scrivere una lettera di presentazione, individuare offerte e preparare risposte in pochi secondi. Se il costo di presentare una candidatura si avvicina a zero, ogni persona può inviarne molte di più. Le aziende ricevono quindi centinaia di curriculum, introducono più filtri automatici per selezionarli e i candidati, per aumentare le probabilità di superarli, mandano ancora più candidature. Una tecnologia che dovrebbe rendere il mercato più efficiente rischia così di produrre più rumore.

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